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    September 27

    Madeleine, Proust and me

    A question to the readers of this Blog. Fell free to answer as you like.
     
    Se non si è letto Proust (precisamente il suo brano sulle Madeleine in "Alla ricerca del tempo perduto"), le Madeleine  sembreranno ugualmente irresistibili? Se ne avvertiranno le preziose potenzialità? Si sarà affezionati a questo dolce quasi si trattasse di un oggetto legato all'infanzia? O la lettura di Proust potenzia grandemente la percezione sensoriale della Madeleine? In breve: una Madeleine è una Madeleine con o senza previa lettura di Proust?
    Secondo una visione materialista della questione, una Madeleine è una Madeleine e non ci stanno santi. Possono essercene di buone e meno buone, bruciacchiate o secche o troppo dolci, ma qualsiasi loro caratteristica sarà indipendente da Proust e soprattutto, il Vostro palato non si farà fregare da ciò che Proust abbia o meno scritto in merito al dolce. Una visione umanista riterrà imprescindibile la Madeleine da Proust, quasi che invece di scriverne, l'autore le abbia inventate. Un poeta cui non possa essere concesso un appartamento al Dramlit penserà che solo chi ha letto Proust assapori davvero una Madeleine.
     
    Io mi dibatto.
    Ho letto Proust, e da allora le Madeleine mi piacciono di più.
    Ma il problema è: questa domanda è la versione allegorica di un dubbio. Se mi convinco di una risposta, forse riuscirò a prendere una posizione in merito al dilemma fastidioso, che rode la mia relazone con Mr. Frigidaire. 
     
    Spero che vogliate rispondermi. Perché possiate farlo anche nel caso non conosciate le Madeleine, vi consiglio di cliccare qui sotto per la ricetta, prepararvi le Madeleine (quelle industriali non rientrano nella quérie!) e mangiarle prima di aver letto Proust (se non l'avete ancora letto); aspettare 2 giorni, leggere Proust e mangiare subito dopo altre Madeleine inzuppate nel thè. In caso abbiate letto Proust, preparatevi le Madeleine, un thè, e mangiatele. Poi fatemi sapere. 
     
     
    September 19

    Aspirazione ad un lavoro irrilevante

    Com’è difficile rimettere mano al blog dopo tanto tempo di inattività!

     

    Volevo scrivere un breve elogio dell’inutilità, un paio di settimane fa, ma non ne ho avuto il tempo, non ho nemmeno appuntato nulla, e l’idea si è sbiadita e confusa tanto da non riuscire, adesso, a stare in piedi da sola.

    Però ricordo che era nata a cena col mio Mr. Frigidaire, mentre si parlava di aspirazioni future (“Tu studi filosofia, che vuoi fare da grande? Anzi, cosa credi mai di poter fare da grande?” – ghigno sardonico -  “Il tassista”).

    Io ho tirato fuori la mia idea della sepoltura in una biblioteca. Una biblioteca di provincia, in una provincia dove non legga mai nessuno. Oppure dove tutti leggano Federico Moccia, Rosamunde Pilcher e Bruno Vespa, ovvero cose che in una biblioteca non devono mai mettere piede, pena il disfacimento autonomo ed immediato delle mura portanti.

    O anche una biblioteca specializzata in qualcosa che non si fila nessuno, tipo la letteratura sumèra contemporanea.

    Senza guardare così lontano, non mi sarebbe dispiaciuto nemmeno un posto da aiuto bibliotecario, o portinaio, presso l’Istituto Italiano di Studi Germanici sito in Villa Sciarra-Wurts al Gianicolo, Roma.

    Ho fatto uno stage di 80 ore lì. Hanno una biblioteca di circa 80.000 tomi, un bibliotecario, un aiuto bibliotecario assenteista, un paio di segretarie acide, un direttore (il matusalemmico Paolo Chiarini, ormai preda del rincoglionimentum senilis gravum) e un portinaio che raramente ha a che fare con visitatori, quasi tutti stranieri, ed ha insormontabili difficoltà con la lingua italiana, figurarsi come possa conoscerne altre (“Io?! Il tedesco?!? Noo! Io sto qua da vent’anni e non ho mai parlato ‘na parola de gnente! Non me so mai manco letto ‘n libro dalla biblioteca!”).

    Quando la biblioteca è particolarmente affollata, entrano 5 persone. Questo avviene non più di una volta ogni 2-3 mesi.

    Ecco. Fare l’aiuto bibliotecario lì è un lavoro-sepoltura.

    Contatti con le persone, praticamente zero. Utilità sociale o d’altro tipo, anche zero.

    Aspiro ad una cosa così.

    Hanno tutto Goethe, hanno tutto Mann. Hanno quasi tutto di tutto. Hanno un sacco di soldi per comprare tutti i libri che vogliono.

    Che meraviglia sarebbe!

    In pochi anni, invecchierei abbastanza da confondermi con la mobilia. Ancora qualche anno, e mi mimetizzerei con gli scaffali gremiti; non distinguereste più la mia pelle dalla carta ingiallita dei libri vecchi. Ah! Che bellezza! Mi attrezzerei per restarci anche a dormire. Un giorno morirei, e nessuno se ne accorgerebbe. Neanche per il cattivo odore, perché ormai il mio corpo sarebbe costituito da cellulosa. Muffirei e mi disintegrerei come la carta, e bon!

     

    Ma purtroppo, dubito di riuscire ad ottenere un così gaudente impiego.

    Ciò non toglie, che il mio futuro, lo vedo nell’inutilità.

    L’ho sempre saputo. Da quando avevo 17 anni, desidero iscrivermi alla Facoltà di Irrilevanza Comparata progettata da Eco.

    Ho fatto domanda alle Poste Italiane per essere spedita da qualche parte in Süd Tirol, in un ufficio, e tutti sanno quanto lavorino i postali*...

    Speriamo bene.

     

    Intanto, sono in prova come segretaria presso una società edile. Svolgo ricerche di mercato, mi occupo di contattare ditte che producano materiali da costruzione e rispondo ogni tanto al telefono, inventando scuse improbabili per parare il culo ai miei superiori.

    E sapete una cosa?

    Mi piace. E’ divertente.

    La ricerca necessita inventiva, i contatti conoscenza delle lingue e capacità di utilizzare i dizionari on line.

    Certo non è quello che avrei sempre desiderato (tenere lezioni all’università, condurre ricerche in biblioteche sparse per il mondo e scrivere saggi di critica letteraria), ma se dovessero assumermi (cosa che caldamente mi auguro), potrò comprare una macchina e farmi dei bei viaggi, oltre a mettere da parte un “Fondo per la Libertà su Cauzione”, ovvero quel quantitativo di denaro necessario a lasciare la maledetta palude.

     

    *Riguardo alla mia ricerca di impiego presso le Poste Italiane non mi si fraintenda: io sono decisamente una gran lavoratrice. Infaticabile. Detesto i lavativi e i parassiti dello stato. Ma è anche vero, che stare in un ufficio a svolgere inutili operazioni di routine burocratica, non è precisamente essere utili. Insomma, io mi applicherò con costanza e dedizione allo svolgimento di pratiche inutili e superflue!